L’idea di sesso debole

Sesso debole: semplicemente un’idea, un inganno…

Presentazione

L'intervento di Basilio Antoci al convegno organizzato da Akkuaria il 25 novembre 2010 in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Basilio Antoci e Vera Ambra al convegno organizzato da Akkuaria il 25 novembre 2010.

Mi chiamo Basilio Antoci. Sono uno studente di giurisprudenza e mi dedico, quando posso, alla scrittura. Oltre che studente, dunque, sono anche uno scrittore. Ho sempre serbato il desiderio di studiare, scrivere, inventare. Purtroppo mi sono attivato soltanto da qualche anno nel campo letterario. Complice di questo ritardo (se si può definire così): l’adolescenza. Adolescenza che mi ha un po’ allontanato dalla carta stampata. E forse è stato un bene, o forse si è semplicemente trattato di “crescita”, di “maturazione”.
Sta di fatto che, scrivere, mi ha portato a scoprire un metodo nuovo di guardare il mondo. Ho dovuto pensare. Pensando ho intuito diverse cose che mi hanno sorpreso per la loro ovvietà. Probabilmente molta gente era già arrivata a capirle molto prima che ci arrivassi io. Non importa credo: poiché ogni conquista del pensiero è personale. Il mondo si acquisisce in “soggettivo”. Scrivere mi ha fatto conoscere una realtà complessa, quella dell’editoria, nella quale, Vera Ambra, è stata la prima persona che, seppur virtualmente, abbia iniziato a interagire attivamente con la mia persona. Sempre Vera Ambra mi ha chiesto di formulare un pensiero circa il problema della violenza sulle donne. Ritengo che tentare di etichettare o comunque definire tale argomento con aggettivi e orpelli, non solo sarebbe inutile, ma farebbe scadere ogni mia parola nella retorica. Eviterò, quindi, di dire che si tratti di un argomento “importante”, “attuale”, “drammatico” e quant’altro. Vorrei, invece, descrivere un’immagine che ho ben scolpita dentro: spero di riuscire a dipingerla davanti ai vostri occhi in poche battute.

Immagine “We Were Soldiers”

L’immagine che ho in mente è di un film di Mel Gibson di qualche anno fa’, un film di guerra, nella quale un taxi arriva di fronte casa Moore, all’interno della base militare. La signora Moore lo vede, dalla finestra, arrestarsi proprio lì davanti. Il Colonnello Moore si trova in guerra insieme a molti altri soldati, suoi sottoposti, anch’essi distaccati in quella base. A questo punto del film è noto a tutti (spettatori e mogli) che, proprio i taxi svolgano il compito ingrato di recapitare i telegrammi dal fronte. Non si tratta di semplici telegrammi: sono comunicazioni dell’esercito per informare le mogli della morte dei propri mariti. In questa scena la signora Moore ha in mano un rosario, se lo tiene ben stretto. Osserva quell’auto gialla, là fuori, col fiato sospeso. Il film, per sua natura, non permette di sapere con certezza cosa le sia passato per la testa in quegli istanti: se nessuna voce fuori campo lo dice, bisogna immaginare tutto da se. L’unica cosa che riesco a immaginare e comprendere, forse, è la paura in petto: per il resto la signora Moore resta misteriosa, come del resto sono le donne. D’improvviso si sente il suonare campanello. Sono solo pochi istanti, dall’arrivo del taxi al suono del campanello, un attimo che però pesa (qui sta il genio del regista). La signora Moore si accovaccia sotto la finestra, trema. Una volta scesa giù, dalla veranda d’ingresso il tassista le chiede se lei sia la signora Moore. La donna risponde di sì, quasi rassegnata all’evidenza di quella circostanza. Lui esita un attimo e ricomincia a parlare chiedendo indicazioni per rintracciare un certo indirizzo. In buona fede, quel grigio omino, si era fermato per chiedere un’indicazione. La signora Moore sgrana di colpo gli occhi e urla: «Pezzo d’idiota! Lo sa quello cos’è? Lo sa che poteva uccidermi?».

L’idea di sesso debole: un giro del fumo

Ho voluto disegnare quest’immagine perché mi è sembrata un ottimo aiuto per introdurre una prima riflessione che, l’argomento in questione, mi ha portato a sviluppare. Probabilmente sarà una di quelle riflessioni ovvie, cui accennavo poc’anzi. È evidente, infatti, che ci sia una forza sconvolgente, in ogni donna. Credo anche che ogni uomo ne sia persino intimorito. Anzi, ne è talmente impressionato che, da sempre, ha eretto un muro dinanzi a se: finge di essere una creatura forte, allo scopo di difendersi da un’altra creatura che è ancora più forte di lui. La donna è questo: dà tutta se stessa. Quando ciò accade, senza riserve, una donna potrebbe lasciarsi anche uccidere dalle poche righe scritte su di un pezzo di carta. Potrebbe, ma non lo fa: ecco la forza sconfinata di una donna. Lotta con il mondo, lotta con la vita. L’uomo è consapevole di questa forza innata, nelle donne. Si parla, in genere, di sesso debole. La logica impone di considerare l’aggettivo “debole” come strumento di discrimine tra questo e un opposto sesso “forte” di cui, invece, non si parla poi così spesso. In linea di principio esiste davvero una differenza fisica tra i due sessi. Sicuramente a torto, però, l’uomo si è arrogato una posizione che non gli spetta: una lieve (e teorica) superiorità muscolare è stata utilizzata per creare un’immagine forte in tutti i campi (non soltanto in quello fisico). In fondo le donne sono vittime, ab origine, di un grande giro del fumo: l’idea di sesso debole non altro che questo. Un giro del fumo, un inganno ben congegnato. L’uomo, infatti, soggioga la donna semplicemente facendole credere di essere lei il soggetto debole e arrogandosi, lui stesso, una forza e una posizione che non gli spetterebbero. Il passaggio è tanto semplice quanto sottile, così semplice da apparire anche credibile: tale da essere stato ritenuto attendibile per millenni. Tutto si gioca su questo piano: un’eterna prova di forza imbastita dolosamente, cui le donne non hanno mai chiesto di prendere parte. Quando si parla di certi argomenti, quando si tocca la sensibilità collettiva e si prende una posizione su determinati comportamenti, idee e modi di fare bisogna prestare attenzione a non affondare nella banalità. Penso questo giacché, quando provo un momento a fermarmi e riflettere, la mia mente viene sopraffatta da miriadi di immagini, nomi, frasi: i fatti di cronaca offrono un desolante piano d’osservazione della realtà. “Tu predichi amore verso gli spregevoli esseri umani” … “Gli spregevoli esseri umani”, così un ragazzo comunista si rivolge a Karol Wojtyla nell’opera a lui dedicata. “Gli spregevoli esseri umani”. Tanto spregevoli da preferire la vita di un animale a quella di un proprio simile: parole quali “convivenza”, “rispetto” e simili mi appaiono quasi vuote. Il sentimento di sconfitta che si avverte nel conoscere l’altro, inteso come “altro da se” (in senso negativo), è forse una componente del meccanismo su cui si basa il giro del fumo cui si è fatto cenno: chi pensa e agisce senza rispetto per gli altri (in particolare per le donne), lo fa proprio per ritagliarsi un’immagine non sua, da utilizzare per mascherare (nemmeno tanto bene) debolezza, grettezza, meschinità e forse anche crudeltà. Dal senso di sconfitta si passa a un senso di odio: sovviene una voglia di fare giustizia, per supplire a una giustizia ormai malata. Non credo, comunque, che la giustizia sommaria sia la soluzione. Bisognerebbe cambiare le coscienze ed educare al rispetto gli individui che popolano la nostra società: questa sarebbe la cura per il diffuso malcontento che si percepisce tra la gente. Detto così, credo che questo consiglio lasci il tempo che trova.

Il ventunesimo secolo

Un segno tangibile di questa insoddisfazione generale l’ho trovato girovagando su un noto social network, giorni fa, poiché mi sono imbattuto in una frase che recitava pressappoco così: “È incredibile che, nel ventunesimo secolo, ci sia ancora gente che …”. Leggendo questa frase ho risolto che nascere nel 1000 a.C. o nel 2010 d.C. non vuol dire nulla: l’uomo è genetica, è carne, è istinto. Credo che poco sia cambiato nel codice genetico umano negli ultimi millenni. Un neonato, in qualunque epoca si trovi, è simile a una tabula rasa. Una data di nascita, da sola, non è in grado di instillare nella sua mente e nel suo cuore le conoscenze, la cultura e i valori che sono in grado di elevare l’uomo dall’ignoranza. Ho riflettuto, di conseguenza, anche sul concetto di ignoranza. Ho notato che, forse, non sia un caso che si parli di ?ignoranza?, quando ci si trova dinanzi a violenze (sulle donne, ma non solo) e altri atti barbari. In senso lato, ignorante dovrebbe essere considerato colui il quale, pur potendo migliorarsi, sceglie di rimanere semplice materia organica che risponde, per lo più, ai soli istinti fisici. L’ignoranza è l’assenza di emozioni, il totale ripudio dell’intelletto.

La bambina musulmana

Parlando con alcuni colleghi, studenti di medicina, mi sono trovato a esternare questi pensieri sulla forza interiore delle donne, sulla loro capacità di adattamento, di sopportazione. Mi è stato risposto che non si tratta solo di una forza interiore, ma di una vera e propria “superiorità strutturale”, se mi è concesso utilizzare questa impropria dicitura: superiorità insita negli stessi cromosomi doppia X. Qualche volta s’ironizza dicendo che, a noi uomini, manchi una codina, nella “Y”, come fosse una “X” mancata. Quanta sofferenza abbiamo cagionato, alle donne, per nascondere (o appropriarci di) questa “X” mancata. Per concludere questo mio intervento, vorrei proporvi una battuta interessante, che ho rintracciato in un bel libro che stavo leggendo (per curiosità si tratta de: “La mano di Fatima” di Ildefonso Falcones). Cito testualmente:

“Inés faceva domande e s’interessava alle cose, rifletteva sulle risposte che riceveva e a volte subito, a volte qualche giorno dopo, ritornava ad esprimere i suoi dubbi su quell’argomento. I suoi ragionamenti non erano così agili e immediati come quelli dei maschi, ma a differenza dei loro avevano sempre un senso. Inés rifulgeva in ogni gesto”.

Ripensando all’inganno dell’idea di sesso debole, non posso non prendere atto che, come i ragionamenti di Inés, anche i pensieri di una donna hanno sempre più senso dei vaneggiamenti di molti uomini.

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