Il corpo e l’infamia

Il corpo e l’infamia

Il corpo e l'infamia

La sentenza di assoluzione con cui si è chiuso – nel merito – il caso di Stefano Cucchi, ha scosso l’opinione pubblica, la quale non ha mancato di indignarsi anche e soprattutto nel mondo virtuale. In questi giorni sfilze di post di solidarietà e di protesta riempiono le pagine web ed i social network. Ritengo di aver ben impiegato alcuni minuti del mio tempo nella lettura di uno splendido articolo di Luigi Manconi[1], che casualmente ha fatto capolino tra tutte le altre pigre notizie che mi scorrevano davanti agli occhi.

Si tratta di un’analisi concisa e deliziosa, guastata purtroppo dal fatto di avere ad oggetto la vicenda di cui tutti bene o male conosciamo i risvolti. Manconi esordisce prendendo a prestito le parole dei familiari di Cucchi[2] che, a suo parere, possono essere considerate come la sintesi di ciò che è diventato lo Stato di Diritto italiano. Prima di continuare è bene, però, avvertire che una sentenza ha senza dubbio dei risvolti etici, ma ha sostanzialmente basi tecnico-giuridiche. Queste ultime molto spesso si discostano dal comune sentire proprio per l’esasperato formalismo e tecnicismo cui il nostro sistema giuridico è ancorato: ecco che le decisioni secondo legge possono essere avvertite dai cittadini come ingiuste. Prima di criticare nel merito l’operato dei giudici (ammesso che ci si possa arrogare un simile diritto) sarebbe necessario studiare la sentenza. Ciò non toglie che, per quanto essa possa risultare corretta in termini tecnico-giuridici, rimane il fatto che «per lo Stato italiano continua ad essere “Nessuno” l’assassino di Stefano».[3]

Ciò detto, in termini squisitamente teorico-giuridici, si può parlare di Rechtsstaat – ovvero di “Stato di Diritto” – solo quando ci si trova in presenza di una forma di stato in cui sono garantiti i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo. Si tratta, né più e ne meno, dello stato democratico cui tutti ambiscono e con il quale i più si riempiono la bocca. Chi scrive, così come l’illustre Platone prima di lui, non è esaltato dalla democrazia, la quale «assume in maniera del tutto ingiustificata l’uguaglianza degli uomini e … è destinata inevitabilmente a degenerare nella più terribile delle forme di governo: la tirannide».[4]

L’amarezza che leggo sui giornali e tra le righe delle illustri opinioni qui citate, ha proprio il tono della ribellione contro uno Stato tirannico, tutt’altro che democratico. La teoria di questo Stato, così come esternata dai familiari del giovane ucciso, sembra proprio carezzare l’idea della fine della democrazia. Si apre per questa via una riflessione sull’effettiva consistenza che lo Stato italiano ha assunto nel concreto. Sulla carta sono garantiti i più sacri diritti mai concepiti. Di fatto, l’eccessivo garantismo pare garantire nient’altro che l’impunità di un sistema mal funzionante e corrotto.[5]

Manconi parla, nel suo intervento, della inviolabilità del corpo: di quel corpo che, una volta in mano al potere Statale, diventa un bene di rilevanza sociale e, come tale, va tutelato. La violazione del corpo, quale simulacro della dignità umana, è paragonata dal sociologo ad un Calvario laico in cui lo Stato prende le sembianze di Erode, Caifa, Pilato e fors’anche di quel Cesare che se ne sta nascosto a Roma e da li tira i fili del suo Impero.

Il riferimento al corpo non è, a mio avviso, casuale. Il corpo ha, infatti, una enorme rilevanza per la legge e il diritto: mi riferisco all’istituto – di matrice anglosassone – del c.d. “Habeas Corpus” – pilastro della “Magna Charta Libertatum” del 1215. Con questa locuzione, nei sistemi di common law, si è usi indicare quel particolare “writ“, quella «ordinanza in virtù della quale il giudice ingiunge all’autorità di polizia che detiene una persona in arresto di presentarla davanti a lui per giustificare la legalità della detenzione».[6] Si tratta, in parole più semplici, di un controllo del giudice sulla legalità dell’arresto operato dalla polizia e ciò in vista di garantire e tutelare il rispetto della libertà personale del soggetto arrestato. In Italia accade (o dovrebbe accadere) qualcosa di simile con le udienze di convalida dell’arresto, poiché il rispetto del corpo e della sua dignità passa proprio dalla sua libertà: ciò è vero, in quanto se la libertà è un diritto fondamentale, punire qualcuno privandolo della stessa è ammissibile solo ove questo qualcuno abbia violato o messo in pericolo beni giuridici di valore uguale o superiore alla libertà stessa (ad esempio il bene “vita”, nel caso di un assassino). Ci si può, a questo punto, interrogare se lo Stato italiano abbia adeguatamente controllato la situazione di Stefano Cucchi proprio in ossequio al criterio dell’habeas corpus. A giudicare dalle immagini che mi è capitato di vedere, sento di poter covare qualche dubbio. Da qui riesco a comprendere la rabbia di chi, a differenza di chi scrive, non è disposto a concedere allo Stato il beneficio del dubbio.

Quando lo Stato di Diritto cede il passo allo Stato di Polizia, il corpo può assurgere ad una sorta di tabula rasa sulla quale costruire storie e forgiare il controllo sugli uomini. Con i suoi metodi più o meno sottili, lo Stato usa il corpo come strumento per sperimentare il proprio potere e affermarlo agli occhi dei propri sudditi/cittadini. In questa dimensione il vero delinquente è consapevole di essere tale e ben può aspettarsi la reazione dello Stato che lo bollerà – presto o tardi – come “infame“, ma il cittadino non ha certezza circa i limiti del potere pubblico e teme di poter fare la stessa fine del delinquente.[7] Quando non ci sono regole certe alle quali appigliarsi succede appunto che «gli uomini infami sanno bene di esserlo. Tutti gli altri temono fortemente di diventarlo».[8]

Nel suo articolo, Manconi ha contato dodici stazioni di una Via Crucis che Stefano ha percorso per volontà di uno Stato che lo ha bollato sin dall’inizio con il marchio di quell’infamia riservato ai delinquenti – di solito dopo la loro condanna.

__________

Note

[1] Manconi, Luigi, Il dolore del mondo, in Internazionale, Internazionale S.p.a. Editore, Roma, 01 novembre 2014.

[2] Galeazzi, Giacomo, La sorella di Cucchi: “È il fallimento dello Stato. Questa giustizia malata ha ucciso mio fratello”, in La Stampa, Editrice La Stampa S.p.A., Torino, 01 novembre 2014, in cui si legge: «Questa sentenza è un fallimento dello Stato, la giustizia italiana è malata».

[3] Radio Onda d’Urto, Pagina Facebook, 31 ottobre 2014.

[4] Ferrari, Franco, La concezione politica di platone: la critica alla democrazia, in Treccani.it, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 09 giugno 2010.

[5] Antoci, Basilio, Cos’è la mafia secondo Gaetano Mosca, in Blog, Nicolosi, 23 agosto 2014.

[6] De Cesaris, Anna, MariaHabeas corpus, in Encicplodia Giuridica, Tomo XVII, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1988, pag. 1.

[7] Antoci, Basilio, La certezza del diritto, in blog, Nicolosi, 27 ottobre 2014.

[8] Migliorino, Francesco, Il corpo come testo. Storie del diritto, col. Nuova Cultura – Introduzioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, pag. 70.

Lascia un commento